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Categoria Ottobre, 2008

Misfits – Scream!

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Ebbene, come non fare, prima o poi, una recensione di un video dei Misfits? Ho scelto un video dei “nuovi” Misfits, forse più accessibili al grande pubblico, ma non è detto che tra poco non recensisca anche qualcosa dei “vecchi” Misfits (quelli che preferisco). Ma andiamo con ordine.

I Misfits, idoli e dei del punk, fondatori di un particolarissimo sottogenere del punk, gruppo dalla storia trentennale che nonostante non scriva praticamente più nulla di nuovo da anni (credo troppi) continua a riempire locali su locali (e io in uno di questi c’ero! *me si bulla di ciò*). Come dicevo, con i Misfits e il loro primi lavori, siamo alla fine degli anni ‘70, pensate un po’, nasce un nuovo genere: l’horror punk. Essenzialmente una variante dell’hardcore punk (che gli stessi Misfits hanno contribuito a inventare e fissare), le cui tematiche vertono ovviamente sull’horror, con conseguente adattamento del look. Zombie, alieni, mostri, cadaveri, teschi e compagnia bella sono all’ordine del giorno per i Disadattati (questa la traduzione del loro nome).

Quelli che propongo nel video sono i Misfits riformatisi nel 1995 per volontà di Jerry Only, l’inossidabile bassista con la pettinatura tipica dei Misfits sul cranio (diciamocelo, ormai ben poco popolato) da qualche decennio. So che voi tutti morite dalla voglia di ingellarvi un ciuffino che parta dalla fronte e arrivi fino al mento, nevvero?

Qui vediamo il video di Scream!, singolo tratto da Famous Monsters, del 1999.  Come vedete il look della band è dei più inquietanti, e per girare questo video zombie-style si sono affidati a mister Zombie in persona, il mai troppo amato George A. Romero, il regista della pentalogia sugli zombie (Night of the living dead, Dawn of the dead, Day of the dead, Land of the dead, Diary of the dead, consigliatissimi tutti), che il gruppo aveva già elogiato con altri pezzi ispirati ai suoi film.

Vediamo il gruppo zombificato che rincorre e sgranocchia il personale ed i pazienti di un ospedale, con quel gusto del macabro che li ha sempre accompagnati e ne è diventato il marchio di fabbrica. In saecula saeculorum. Amen.

Vasco Rossi – Vita Spericolata

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Non potevo non scegliere come prima canzone da commentare un classico, quale Vita Spericolata di Vasco Rossi. Inutile sottolineare che il nome del cantante in questione non necessiti di presentazione, così come è noto quanto la sua splendida canzone sia conosciuta nel mondo della musica. Anzi, più che conosciuta, direi che è diventata una vera e propria icona, soprattutto per i fan di un cantante che ormai ne ha fatta parecchia di strada.

Vita spericolata nasce nel 1983 e il successo è immediato, sia per il testo “forte”, un pò fuori dalle righe, e soprattutto dalle norme, insomma un testo che penetra nel cuore dei giovani, nel loro spirito,  nelle ambizioni e nel modo di rapportarsi alla vita; sia per l’eccellenza della musica in sé. La canzone rispecchia pienamente un modo di intendere l’esistenza, che tutti, almeno una volta nella vita, hanno pensato o detto, e che lui, il grande Vasco Rossi, ha cantato con maestria, facendo sì che diventasse un classico del suo fornitissimo repertorio; tutt’ora, d’altronde, essa è riproposta nei concerti con grande entusiasmo da parte del pubblico, il quale a distanza di anni ricorda perfettamente. Dunque, come non fare breccia nell’animo dei giovani quando si parla di “una vita piena di guai”, “che se ne frega di tutto”, e soprattutto di “una vita che non è mai tardi… che non si sa mai”… ossia di una vita “maleducata” o “spericolata”?

Vita spericolata ha creato inoltre un vero e proprio punto di riferimento per gli amanti del cantante rock attraverso il Roxy bar, famoso bar bolognese citato nella canzone, che è diventato un vero è proprio luogo di culto e di incontro, dove esprimere l’ammirazione per Vasco Rossi… insomma, è diventato il bar di Vasco Rossi (e concedetemi la ripetizione), quello stesso bar, dove lui si sarebbe ritrovato (come le star) a bere del whisky… oppure no.

Personalmente quando riascolto Vita spericolata ho le medesime sensazioni di quando l’ascoltavo anni fa: un senso di adrenalina, di una vita pensata fuori dalle norme, dalle abitudini, dagli schemi che la società ci impone, di voglia di fare chissà che cosa… l’importante è che resti un pensiero, un semplice momento per evadere dalla realtà  (come quando si leggono i romanzi e ci si identifica in qualche personaggio della storia) – e da non confondere con vita autentica, quella di tutti i giorni, poiché alla fine è questa quella che va vissuta.

Porcupine Tree – Blackest Eyes

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Oggi un gruppo a cui sono, personalmente, molto affezionato: i Porcupine Tree, gruppo dal nome alquanto enigmatico (sono d’accordo con la teoria che associa il nome ad una illustrazione che spiega i frattali, ovvero oggetti geometrici particolari, con l’immagine di un albero infinito di porcospini, ma sto divagando, non sono mica qui a fare lezione di matematica, no?) che io amo di un amore viscerale, tanto da essere riuscito a vederli in concerto tre volte in pochi anni (esperienza assolutamente indimenticabile, anche per chi conoscesse una sola canzone).

A mother sings a lullaby to a child
Sometime in the future the boy goes wild
And all his nerves are feeling some kind of energy

Il video che oggi vi presento è quello di Blackest Eyes, traccia d’apertura di In Absentia (che in latino significa ovviamente “In assenza” di qualcuno, ovviamente), disco del 2002 della band progressive rock. Tanto per dare qualche informazione, hanno fatto in tempo a sfornare altri due assoluti capolavori, tra il 2002 e il 2008. Per darvi un’idea anche solo vaga di quanto questo album sia stupendo, vi dico che una webzine lo ha inserito alla posizione 64 tra i 100 migliori album di sempre. Si vagheggia che il disco sia un concept album (vi ho già spiegato cosa sia un concept album nella recensione degli Ayreon) sulla follia dilagante in un uomo attraverso varie fasi della sua vita.

I got people underneath my bed
I got a place where all my dreams are dead
Swim with me into your blackest eyes

Sul video poco da dire, vediamo due serie di immagini che ci mostrano il gruppo in concerto ed altre che insistono su delle immagini,  alcune astratte ed altre no, ma tutte pervase da un senso di inquietudine: è un po’ lo stile del gruppo, che punta anche molto sul forte impatto visivo. Come si vede anche nel video, in sede live proiettano sempre immagini sul fondo del palco che si accompagnano con la musica, donando un’esperienza sensoriale unica e coinvolgente. Notiamo anche, a circa metà del video, una delle immagini ricorrenti nelle loro copertine e immagini promozionali: fotografie di persone con la faccia non visibile a causa dell’immagine graffiata, come a voler cancellare il viso. L’immagine che si ripete più volte dopo circa 3 minuti dall’inizio del video è la copertina del disco.

Lo so, sono un po’ inquietanti, ma trovo che la musica sia di una bellezza superba. E forse anche di più. Se poi ascolto Trains (qui il video) mi commuovo e non ci posso fare niente…

Queen – Bohemian Rhapsody

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“Bohemian Rhapsody” è sicuramente una della canzoni più belle di tutte i tempi. Diciamo che è la canzone che meglio riassume l’inconfondibile stile dei Queen. Il brano infatti è diviso in 6 parti: l’introduzione a cappella, 2 ballate, un’assolo di chitarra, un accenno all’opera e un po di hard rock che non guasta mai.

La canzone uscì come singolo nel 1975 e fa parte dell’album “A Night at The Opera”. Il brano venne scritto interamente da Freddy Mercury. La leggenda narra che il suo grande successo derivi dal fatto che un amico di Freddy, che faceva il Dj in una radio, trasmettesse a rotazione continua il brano per giornate intere.

Numerosi premi e riconoscimenti vennero dati alla canzone nel corso del tempo. Tantissimi organi musicali (tra i più influenti al mondo) le hanno dato lo scettro di canzone del secolo. L’ultimo in ordine cronologico risale a qualche mese fa, dove viene data come canzone pop del secolo, lasciando nei gradini più bassi del podio canzoni illustri come Billie Jean di Michael Jackson o Imagine di John Lennon.

La canzone venne sempre suonata nei concerti dei Queen. Rimanendo sempre in tema di concerti, voglio ricordare l’esibizione live di questo brano in occasione di un anniversario della morte di Freddy Mercury. Nell’esibizione presero parte Elton John e Axel Rose, rispettivamente nella prima e nella seconda parte.

Una canzone davvero unica che magari può far rattristare un po per la prematura morte di Freddy. Chissà quante altre belle emozioni poteva regalarci assieme ai Queen…

Audioslave – Show me how to live

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Oggi un video che molti di voi magari hanno già visto in tv, ma che mi va di ricordare per un paio di motivi: innanzitutto perché la canzone è molto molto bella (ed è davvero un peccato che il gruppo che la compose non suoni più insieme) e inoltre perché la canzone è legata ad un film che io amo alla follia, e questa è una cosa che non tutti sanno. Certo, mi riferisco al film, non al fatto che io lo amo.

Il video in questione è Show me how to live (Mostrami come vivere), degli Audioslave. Primo: chi sono (erano) gli Audioslave. Erano un progetto musicale formato dai musicisti usciti dai Rage Against the Machine (mica i primi venuti!) e dal cantante/frontman/chitarrista dei Soundgarden, Chris Cornell, una delle voci (ai suoi tempi, ora è un po’ sottotono) più belle che io conosca. Un uomo del genere con musicisti del calibro di Tom Morello (i suoi assoli sono qualcosa di divino) non poteva che creare che cose favolose.

E lo vediamo qui, un pezzo molto bello, prende tantissimo: vorrei vedere che riesce a non muovere tutto il corpo sentendo il riff a dir poco trascinante della canzone.

You gave me life now
Show me how to live

Come vedete, il video è formato essenzialmente da due parti: una parte che contiene le scene del gruppo che suona in mezzo al deserto, le altre sono quelle della band alla guida di una Dodge Challenger R/T del ‘70 (se qualcuno ne possedesse una è pregato di farmela provare almeno una volta, è il mio sogno nel cassetto). Aggiungiamo poi alcune scene in cui un radiocronista cieco commenta la fuga folle dei quattro per le desolate lande americane.

Ebbene, tutto ciò è legato da un film, di cui parlavo all’inizio: il film in questione è Vanishing Point (uscito come Punto Zero in Italia), un film un po’ poco conosciuto ma un cult per gli appassionati del genere (ah, ne è stato fatto un indecente remake con Viggo Mortensen/Aragorn). Il film ha una trama minima: l’eroe Kowalski, “L’ultimo eroe americano”, deve consegnare la favolosa auto di cui ho già parlato entro due giorni, vista praticamente impossibile vista la distanza tra il punto di partenza e quello di arrivo. Ebbene, il nostro Kowalski, monta in macchina e comincia a darci dentro, corre come un dannato rincorso dalla polizia fino a che… fino a che non ve lo dico, perché la fine è fondamentale e perché ve la vedete anche nel video. I quattro Audioslave ripercorrono il percorso di Kowalski rendendo omaggio al personaggio e alle idee che il film vuole trasmettere. Ancora una volta sono stato prolisso, ma come si può non amare questo pezzo, e il film di cui vi ho parlato?